L’Homo esselungas e gli acquisti utili

Come ogni giorno, l’homo esselungas che vive con me decide di recarsi in pellegrinaggio al supermercato, anche senza l’evidente necessità di acquistare alcunchè.
“Devo comprarti qualcosa?”
“Sì, mi servirebbe il detersivo per pulire il lavandino”
Al ritorno.
“Ma cos’è questo? Lo Smac Brillacciaio? Te l’hanno messo per sbaglio nella borsa?”
“No, è il detersivo per lavare il lavandino”
“…”
“Cosa c’è? Non va bene?”
“Ricordi? La cucina che vedi tutti i giorni e che abbiamo anche comprato insieme? Abbiamo il lavandino in fragranite. Niente acciaio”
“Eh, ma sul disegno c’era un lavandino…. e poi era un’offerta… E comunque quello che faccio io non va mai bene”

Segnali da cui capisci che i bimbi stanno crescendo

All’inizio puoi sottovalutarli o ostinarti a non vederli. Ma ci sono dei segnali incontrovertibili che indicano che il tuo bambino non è più così piccolo e sta crescendo.

Il primo è che ci sta giusto giusto nella vasca da bagno. E pensare che una volta avevi comprato addirittura la vasca piccola apposta per farle il bagno. Ora invece si stende e chiede: “Mamma, dobbiamo comprare una vasca più grande, in questa non ci sto più”. Il fatto che io che sono alta il doppio di lei riesca comunque a fare il bagno, ovviamente, non la turba minimamente.

Il secondo segnale è che quando vai al ristorante puoi restartene seduta mentre il bambino/a se ne può andare a giocare nel giardino del ristorante con i suoi amichetti. Non devi più stargli sempre alle calcagna o pedinarlo come uno 007. Il rischio che si faccia male, anche molto male, ovviamente c’è sempre, ma almeno adesso hai la certezza che qualcuno dei suoi amichetti correrà a chiamarti. Ed è già un grande passo avanti.

Il terzo segnale è che sei tu a firmare le giustificazioni sul diario senza doverle falsificare. La prima volta che mi è successo ero in imbarazzo. Ho dovuto chiamare un’amica con dei figli più grandi per chiedere spunto: come si scrive una giustificazione sul diario dal punto di vista dei genitori? Per me è stato un grosso choc generazionale. Credo che servirebbero dei corsi per preparare i genitori in modo adeguato.

Il quarto segnale è che pensi di comprarle la taglia XS dei vestiti da donna. Nel negozio dei vestiti sei già passata dal reparto più adooooorabile, quello 0-3, a quello 4-8. Ma adesso ti accorgi che, contro ogni legge della fisica, anche i vestiti taglia 7-8 stanno piccoli. E quindi passi al reparto successivo che è 9-14. Che vuol dire vestiti da mini-velina. E a quel punto arrivi a valutare le taglie piccolissime da donna.

Il quinto segnale è che ora sa leggere. Non puoi più permetterle di usare con leggerezza il tuo telefono per giocare, che se per caso compare qualche messaggio whatsup può decifrarlo. Non puoi più lasciare in giro le liste dei regali di Babbo Natale, perchè capirebbe. E pure con le scatole dei preservativi bisogna fare attenzione…

Il sesto segnale è che è diventata saggia. Spesso più saggia di te. E pensi che dentro di lei abiti una donna anziana che ogni tanto prende il sopravvento. L’altro giorno, in macchina, ho intavolato questa simpatica discussione: “Bambini, guardatemi. Non vi sembro diversa?”. Silenzio. “Ma come!?!? Ho iniziato a usare una nuova crema antirughe con effetto piallante, non vedete, creature sconsiderate!?!?!”. Silenzio. Poi lei, la mia coinquilina nonpiùtantoBassa, inizia a parlarmi con voce calma e con tono condiscendente. “Mamma. Non è che tu sia vecchia. Ma non sei nemmeno più tanto giovane. Le rughe sono un fatto naturale, che devi accettare”. Spero che la creatura che la possiede esca da quel corpo…

5 cose da sapere per visitare le 5 terre con i bambini

Le Cinque Terre sono una destinazione bellissima, non a caso patrimonio dell’Unesco, una di quelle perle che il mondo ci invidia. Di certo, non sono una di quelle mete “facili” da fare, soprattutto con dei bambini.
Visto che ci sono stata recentemente con tutti i miei coinquilini (quello Alto, quella nonpiùtantoBassa di quasi7 anni e quello Basso di quasi4anni), ci sono alcune cose che avrei voluto sapere prima di andarci e che quindi mi permetto di riassumere in una lista:

1) La prima cosa da sapere quando si va alla Cinque Terre con i bambini, è che le Cinque Terre non sono una destinazione per bambini. Se sono molto piccoli, ve la potete ancora cavare utilizzando un apposito zaino. Se sono in quell’età 2-4 anni in cui camminano sì, ma non moltissimo, allora rifletteteci bene, poi pensateci ancora e rimandate all’anno successivo. Il punto è che c’è molto da camminare su e giù, tra scale e sentierini. Quindi: niente passeggino perchè è una zavorra che vi verrà voglia di gettare a mare (probabilmente con tutto il contenuto), sì allo zaino sempre che il bambino non sia troppo pesante e vi causi un’ernia

2) Che mezzo usare per visitarle? Il treno, dicono tutti i siti che ho consultato, è il mezzo migliore per visitare le Cinque Terre. Considerate che questi siti li leggono tutti, quindi i treni sono sempre strapieni. Il problema, poi, è che ci sono molti gruppi organizzati e scolaresche, che si muovono in blocco e che rischiano di riempire vagoni interi. Inoltre molte navi da crociera hanno le Cinque Terre in itinerario, che trasformano il tutto in un vero e proprio assalto alla diligenza: tutti hanno gli stessi orari e, se per sfortuna, coincidono con i vostri, siete finiti. Il suggerimento è evitare i giorni festivi e i week end: i gruppi non potete evitarli, ma gran parte degli altri turisti sì.
Un’alternativa più costosa ma, mi dicono, meno affollata per i giorni festivi e i week end è la nave che fa la spola tra le varie destinazioni e che parte, per esempio, da Lerici. Da evitare invece l’auto: i tempi di spostamento si allungano molto e i parcheggi sono distanti dal centro del paese, dove sono riservati ai residenti.

3) Cosa fare alle Cinque Terre? Le Cinque Terre sono paesini arroccati sul mare di una bellezza da mozzare il fiato. Quello che si fa, una volta scesi dal treno, è gironzolare tra i vicoli del paesino e vedere il mare da prospettive davvero ineguagliabili. Sono paesini da gustarsi con calma, senza fretta… la quale cosa, con dei bambini al seguito e dei treni da prendere (ci sono circa ogni 20 minuti, che in alcuni orari e per alcune destinazione diventano anche un’ora) può voler dire che i tempi si dilatano a dismisura. Noi, dalle 13.20 alle 17.30 siamo riusciti a fare due delle Cinque Terre, Rio Maggiore e Monte Rosso, la prima e l’ultima.
Quindi, regolatevi di conseguenza

4) Indicazioni pratiche: ovvero, il turismo in Italia non è per tutti. Sembra che ci si diverta a rendere le cose il meno semplice possibile per gli sprovveduti turisti, soprattutto se stranieri. Comunque: noi abbiamo preso il treno da La Spezia. Si arriva in stazione, dove proprio sotto c’è un comodissimo parcheggio a pagamento (1,20 euro all’ora) con dei bagni in cui entri solo con il codice del tagliandino del parcheggio e che quindi sono abbastanza praticabili. Quindi, arrivati in stazione, abbiamo fatto la Cinque Terre Card: l’ufficio si trova al binario 1. Vi daranno il biglietto che permette di salire e scendere dove si vuole in tutte le destinazioni fino alla mezzanotte del giorno in cui si oblitera. Sono compresi anche i mezzi di superficie come gli autobus e l’ingresso ai bagni nelle stazioni, ma noi non ne abbiamo usufruito.

Da La Spezia, i treni per le Cinque Terre partono di solito dal binario 5 ma dovete controllare. Le destinazioni non sono, ovviamente, Monterosso, ma altre città come Sestri Levante.Noi abbiamo dato indicazioni a una coppia di turisti giapponesi che si aggirava probabilmente da giorni alla ricerca del binario giusto.

Vi daranno anche un foglio con gli orari dei treni: a noi, per complicare le cose, hanno dato una fotocopia dove, per sbaglio, erano riportati gli stessi orari, quelli di andata, su entrambe i lati. Per fortuna vicino a ogni stazione troverete un Cinque Terre Point che potrà aiutarvi.

5) Quali delle 5 Terre scegliere? In che ordine farle? Quali scartare se non si ha tempo? A questa domanda posso rispondere solo parzialmente perchè, appunto, in un pomeriggio siamo riusciti a farne solo due.

Comunque, per la mia esperienza.
Riomaggiore è stata la prima tappa, a 5 minuti da La Spezia. Appena arrivati in stazione, tutti i giapponesi sono andati dritto, in una strada in salita. Noi abbiamo seguito i cartelli con l’indicazione “centro” e abbiamo percorso un bel tunnel al termine del quale c’era un bivio: a sinistra strada in salita con i negozi e dritto altro tunnel con l’indicazione mare. Ad aiutarci nella scelta è stata una signora americana che ci ha detto: “Siete già andati su? No? Allora proseguite dritto, la vista sul mare è AMAZING”. E se ce lo dice l’americana, come non ascoltarla? Siamo andati dritto e davvero la vista a picco sul mare era AMAZING: Quindi abbiamo proseguito il giro per i vicoli in salita, ogni tanto prendendo qualche deviazione per le stradine panoramiche a picco sul mare. C’erano cartelli ogni tanto che indicavano il centro, la stazione e il castello. Noi abbiamo puntato alla stazione e siamo arrivati in centro (abbiamo superato la stazione senza vederla, evidentemente). Comunque alla fine siamo ridiscesi in stazione dalla stradina che l’americana ci aveva sconsigliato di percorrere e ci siamo mangiati dei buonissimi calamari e acciughe fritti al cartoccio.

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La seconda tappa è stata Monterosso, ed è stata un errore. L’abbiamo scelta perchè era l’unica tappa con una bella spiaggia sul mare. E qui è stato l’inghippo: appena usciti dalla stazione ci si trova davanti questa spiaggia e i bambini, come impazziti per il primo mare e il primo sole dopo aver trascorso un lungo inverno a Gotham City, hanno voluto andarci e restarci a lungo. Quindi siamo riusciti a trascinarli a vedere il paesino, che si raggiunge svoltando a sinistra appena usciti dalla stazione. Si percorre il lungo mare, una galleria con delle sorte di nicchia con dentro dei paesaggi marini o terrestri, e poi si sbuca nel paesino. C’è la chiesina e un po’ di viette. Pare anche la casa di Montale, ma non ci siamo arrivati. Abbiamo percorso per un po’ la strada principale e siamo tornati indietro. poi i bambini hanno scoperto il parco giochi, che avevano visto anche dalla ferrovia, e la nostra visita di Monterosso è finita lì. Meno suggestiva di Riomaggiore, per noi è stata un po’ un “blocco” verso le altre mete quindi, tornando indietro, la lascerei sicuramente per ultima.

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Le altre terre: Vernazza dicono che sia una delle preferite dagli stranieri. è piccola e raccolta e già passandoci con il treno si capisce che si arriva proprio in centrissimo, quindi suppongo che, volendo, anche il tempo per visitarla non sia eccessivo.

Corniglia si trova su un cucuzzolo, è l’unica che non da sul mare. Per raggiungerla bisogna andare a piedi per un 40-45 minuti, pare che sia una passeggiata molto bella e panoramica ma tutta in salita quindi, ecco, con i bambini direi anche no. Ci sono dei pullman che la collegano e proprio per questa sua “scomodità” è quella che di solito viene scartata da chi ha poco tempo. A torto, pare, perchè oltre a essere molto bella ha anche dei negozietti tipici da visitare.

Di Manarola invece so che a Natale una parte intera della montagna viene occupata da un bellissimo presepe. E il proposito è proprio quello di ritornarci a dicembre o a gennaio per ammirare lei e altre terre che non abbiamo visto, evitando così la calca dei mesi estivi.

La zona è comunque ricca di borghi stupendi da scoprire, sicuramente meno noti delle Cinque Terre. Tra questi Montemarcello, Ameglia e Tellaro. Ma magari ne riparlerò.

Passando davanti al cantiere di Expo: la Gardaland dell’agroalimentare

In macchina.
Il cantiere di Expo si intravede e in alcuni punti ben si vede dall’autostrada. La zona di Milano al confine con Rho è un susseguirsi di cantieri, lavori stradali, ponti a metà.

“Ma tutti questi ponti… lasciati così, sospesi, porteranno da qualche parte?”
“Forse alla pentola di monete d’oro alla fine dell’arcobaleno”

“Guarda, il casello dell’autostrada: dicono che vogliono spostarlo di qualche centinaio di metri”
“E perchè? Qui dov’è non va bene?”
“Ma si vede che hanno tempo e già che ci sono vogliono fare anche questo. Sai com’è, quando uno è già dietro con i lavori, conviene fare tutto per bene che sennò poi bisogna ributtare in aria tutto un’altra volta”

“Quando ci costruivano la casa ci dicevano che l’esterno ci voleva poco, poi era l’interno che era lungo da finire… qui è ancora tutto un cantiere, guarda c’è sabbia ovunque. Quanto ci vorrà, ancora per finire? Un anno, due?”

“Veramente Expo inizia tra un mese”

“!!!!”.

“Beh, forse ai primi visitatori daranno anche un caschetto e una cazzuola, così per aiutare a finire i lavori. Potrebbero trasformarla in un’iniziativa di marketing “metti un mattone per costruire Expo”. E la gente pagherebbe pure per lavorare”

“Ma io non ho capito … cos’è Expo?”

Silenzio.

“Bah è una specie di fiera… ma non come la fiera campionaria dove si vendono i prodotti… una cosa più belle. Poi ci saranno i padiglioni dei vari paesi…. Dicono sia una specie di parco divertimenti…”

“Una specie di Gardaland dell’agroalimentare”

“Ah”

L’Homo Esselungas: fenomenologia dell’approccio del maschio al supermercato

Ho rilevato una comune fenomenologia tra gli esseri umani over 35 che credo sia degna di approfondimento antropologico: la dipendenza quotidiana da supermercato.
Nel maschio adulto residente al Nord Italia, si traduce nello specifico in dipendenza da Esselunga (da qui il nome scientifico di Homus Esselungas). Suppongo che nel resto del Paese corrisponda alla dipendenza da Coop, ma non ho evidenze dirette del fenomeno, che sarebbero in realtà utile per capire se si tratta di un problema comune a ogni latitudine o legato alla particolare catena di supermercati guidata da Bernardo Caprotti.
Gli uomini sviluppano un bisogno impellente e fisiologico di recarsi ogni giorno al supermercato per l’approvvigionamento di cibo, spesso superfluo e quasi sempre inutile.
È un comportamento rituale che spinge l’uomo verso il market in particolare nel pomeriggio o nelle ore serali. Tra i soggetti lavoratori, si riscontra l’esigenza di fermarsi nel tragitto tra il luogo di lavoro e la propria dimora.
Pare che l’impulso all’approvvigionamento di cibo sia legato al primordiale istinto dell’uomo cacciatore trasposto nella società moderna. Non più armato di lancia e frecce, ma di tessera Fidaty, offerte 3×2 o dei più moderni sconti personalizzati, l’homo Esselungas ha una certa propensione per le offerte, di solito rivolte a prodotti inutili e che non saranno mai utilizzati dalla famiglia.
Non c’è sosta per l’uomo affetto dalla patologia Esselunga: il pellegrinaggio alla Mecca è quotidiano, inclusi sabato e domenica.
Sono stati segnalati fenomeni di astinenza nei giorni di Natale e Santo Stefano e in quello di Pasqua. Per questo motivo, pare, le autorità stanno cercando di creare nuove leggi per garantire l’apertura 365 giorni su 365.
Stanno anche sorgendo dei gruppi spontanei di auto-aiuto per chi decide di smettere, di solito in seguito a lamentele dei familiari o a quelle della banca per i conti ripetutamente in rosso.
I colloqui iniziano così: “Ciao a tutti, sono Mario e sono 7 giorni che non vado all’Esselunga”.

Corruttibilità

Quando li vedo lì, intonsi e ordinati, penso che a loro non succederà. Non andranno incontro alla stessa, becera sorte degli altri. Per loro sarà diverso. Perchè io cambierò e sarò migliore. Diventerò proprio come quelli che riescono a farcela, senza una piega.
Così arrivo a casa determinata a mantenere il proposito. E puntualmente succede: si corrompono.
È una legge di natura che non può essere cambiata: i vestiti nuovi una volta che entrano nel mio armadio si spiegazzano e si accartocciano. E non servirà provare a stirarli e a dare loro una sistemazione più dignitosa. Non saranno mai più gli stessi di prima. Di quando li ho acquistati in negozio, ben stirati e ordinati.
Non sono proprio capace.
Non avrebbero dovuto darmi l’abilitazione per gestire incostudita un armadio. E, oltre al mio, anche quello di due minorenni. Ci vorrebbe un corso preparatorio e un esame da superare, quantomeno.

Le 5 cose che avrei voluto sapere prima di diventare mamma

Credo esista una sorta di omertà sul ruolo di mamma. Da quando sono diventata mamma, quasi 7 anni fa, mi capita di pensare, anche più volte in un giorno, che se lo avessi saputo non l’avrei fatto. Ma siccome errare è umano e perseverare è diabolico, quasi 4 anni fa ci sono ricascata e ne ho fatto un altro, di figlio. E allora ho pensato che davvero non avevo più speranza e che mi ero costruita la rovina con le mie mani. Visto che al momento preferisco sono in pole position per il premio di “Peggiore mamma dell’anno”, voglio pensare a quelle cose che sono cambiate, in meglio, da quando sono diventata mamma. E che avrei davvero voluto che qualcuno mi dicesse prima.

1) Niente più serate o week end ad annoiarsi. La noia è un obiettivo che difficilmente, per non dire mai, si raggiunge. Il tuo tempo è il loro tempo, il tuo spazio sono i loro spazi. La televisione o il tablet sono l’unica salvezza.

2) Il tempo dilatato. Nella tua vita precedente, un’ora era giusto il tempo che ti ci voleva per fare la doccia, truccarti e vestirti. Nella tua nuova veste di mamma un’ora ti basta per:  fare il bagnetto ai bambini, asciugare i capelli, vestire tutti quanti, caricare una lavatrice, stendere un’altra lavatrice, svuotare la lavastoviglie e preparare da mangiare (eventualmente farti la doccia e infilare qualche vestito, il trucco è previsto solo per occasioni speciali e non richiede comunque più di 3 minuti 3). Lo stesso tempo servirà a tuo marito per riemergere dal pc/televisione/play station e chiedere: “Cos’è che mi avevi chiesto di fare?”

3) La funzione “non sento”.  “Mamma, ma sei sordaaaa?”. No, non sono sorda. è che ho scoperto un super potere che si chiama: escludotuttiisuonimolestidalmioudito. Incidentalmente, questi suoni includono le domande reiterate pronunciate da quelli bassi che vivono con me con una frequenza più alta di 10 volte al secondo.

4) L’attesa è la virtù dei forti. “Ho finito la caccaaaaaa”. L’avreste mai pensato, quando studiavate all’università preparandovi per un futuro brillante, che una delle frasi che vi avrebbe messo più ansia sarebbe stata proprio questa? Inizialmente scattavo sull’attenti non appena veniva pronunciata. Ora invece ho capito che i momenti in cui il bambino è bloccato sul water in attesa di pulitura sono un limbo da prolungare il più possibile. Basta attivare la funzione di cui al punto 3 (escludoisuonimolestidalmioudito) e si può abbandonare il pargolo sul water per un tempo anche piuttosto lungo. L’effetto collaterale non trascurabile è che se si muove potreste ritrovarvi con molto più da pulire di un sedere.

5) La notte è lungaaaa. Un tempo funzionava così: andavi a letto, ti addormentavi e ti svegliavi che era mattina. Da quando si ha un figlio questo processo apparentemente semplice non funziona più. Quando il bambino è piccolo, alle mamme si attiva il super sonar che permette di captare ogni più piccolo lamento del pargolo durante il sonno. Dopo i tre anni, la funzione si disattiva, ma nel mio caso si attiva quella del bambino scavalcante e camminante, che evade dal suo letto per venire nel lettone. Le prime volte in modo rumoroso e poi sempre più silenziosamente. Oggi mi sveglio dalle 2 alle 3 volte a notte per un mal di schiena pazzesco, dovuto al fatto che il piccoletto si intrufola nel lettone, solo dalla mia parte, e piano piano guadagna centimetri, riducendomi così sul bordo. Allora lo riporto in camera sua, ma funziona come un boomerang: ritorna sempre.

La sculacciata della suora

“Beh, ma se è stata solo una sculacciata…”
“Se è successo solo una volta non ne farei un dramma”
“Bisogna capire il contesto, non puoi condannare il gesto così”

Non capisco se c’è qualcosa che non va in me o nel resto del mondo.

Succede che l’altro giorno il mio coinquilino basso, quasi4enne, primo anno di materna, dopo qualche giorno in cui è più capriccioso del solito e ingestibile, se ne esce fuori dicendo che si è preso una sculacciata dalla suora anziana che ogni tanto aiuta i bambini nel momento della nanna.
“Ma figurati” dico io. E lo sgrido pure perchè dice le bugie.
“Mamma, può essere vero” interviene l’altra coinquilina unpo’menobassa, quasi7enne. “quando andavo in quella scuola mi è capitato di vedere che quella maestra dava le sculacciate. Anzi, una volta le ha date anche a me”.
Due indizi forse non fanno una prova, ma quasi.
Così inizio a interrogare le altre mamme e salta fuori che sì “anche mia figlia mi ha detto che quella maestra dava le sculacciate ai bimbi monelli. Ma alla mia non è mai successo” (e quindi la cosa non mi riguarda, ne deduco). “Sì è vero, anche io ho sempre saputo che dava le sculacciate. Ma ai miei non è mai successo, mi spiace (mi spiace?!!?)” dice un’altra.
Vado a parlare con la suora direttrice, la quale ammette subito, candidamente, che in effetti può essere successo perchè ha questa brutta abitudine. “Ma le assicuro che non fanno male”.

Non faranno male fuori, ma dentro sì, perchè il mio coinquilino ha iniziato a fare la pipì a letto durante il sonnellino  e a non volere più restare a scuola per fare la nanna.
Ma uno degli aspetti che mi ha lasciata più basita è la tolleranza degli altri genitori verso il fatto che una persona alzi le mani su un bambino senza che la cosa scateni un putiferio.

Io sarò una talebana della sculacciata, ma alla sculacciata dico no senza se e senza ma.

Ho degli amici, cattolici ferventi e praticanti, che abitualmente alzano le mani con i figli. “Cosa dobbiamo fare? Devono imparare a portare rispetto ai genitori, ma tu non sai cosa c’è in giro oggi”. Ma che il rispetto passi dall’alzare le mani su dei bambini, io non credo proprio. “Quando mi fanno proprio uscire dai gangheri una sculacciata non gliela toglie nessuno… pensa che una volta al bimbo mio marito ha anche lasciato il segno“. Ora: gente bravissima che va in chiesa, che aiuta le persone, che fa volontariato… e che poi MENA I FIGLI?!?!

Io non capisco e non trovo logica in questo. Credo che i figli a volte siano usati come pungiball per le frustrazioni personali e per l’incapacità dei genitori di educarli.

È facile picchiare un bimbo, che ci vuole? Ma questo significa davvero educare o piuttosto è una giustificazione alla violenza che offriamo ai nostri figli, che un domani diventeranno grandi?

Detto questo, a volte le sculacciate mi scappano. Quando sono stanca, irritata, depressa. Non le giustifico, però sono umana e mi capitano e dopo mi sento sempre malissimo.

Ma il fatto che gli stessi genitori capace di promuovere insurrezioni popolari o rivoluzioni perchè i bambini sono usciti in cortile a giocare senza giacca o perchè a pranzo viene data una porzione di solo mezzo cordon bleu, possibile che trovino delle giustificazioni a un gesto che è ingiustificabile?

Davvero non capisco.

Figli, marito o carriera? La chirurga con le palle e le rinunce di una donna

Ho conosciuto una donna che sembra fatta d’acciaio. Una di quelle persone decise, con una determinazione fuori dal comune. Una di quelle che mi fanno sentire insignificante e insicura.

Minuta, piccola, biondina. “Nella mia vita ho sempre ricevuto dei “no” come risposta” dice.
Evidentemente, il “no” non deve essere una risposta che le piace, perchè è quasi sempre riuscita a trasformarli in sì.

In Italia le poche donne che fanno i chirurghi lo fanno perchè hanno un marito, un padre o un fidanzato già nel settore. Lei ha cominciato da zero e con una determinazione fuori dal comune ce l’ha fatta.
“In sala operatoria mi chiedevano: “Ma lei perchè è qui? Cerca marito?”. Per loro non c’era altra giustificazione al fatto che fossi lì. Piangevo tutte le sere. Ma non ho mollato”Che sarebbe stata dura lo sapeva, ma quello non era un problema. “Da specializzanda lavoravo 12 ore al giorno, però andava bene così. Era lo stesso per tutti. La differenza è che quando una donna sbaglia, lo fa 10 volte di più rispetto a un uomo. Per questo ho aspetto anni prima di fare operazioni che avrei potuto fare anche prima. Quando una donna sbaglia, non la si perdona”.

Da 15 anni è primario: la prima e unica donna a ricoprire questo ruolo nel suo settore.
Ma sulla parità uomo-donna, ne avrebbe da raccontare…
In sala operatoria, con il camice, i pregiudizi di genere riemergono con prepotenza.  “I pazienti ancora oggi mi chiamano “signora”, mentre i miei specializzandi sono “dottori”. Allora io a questo punto dico: “Bene, allora io me ne vado e la faccio operare dal mio specializzando”. Cambiano subito idea”.

Lei ha due figli e “ovviamente” è divorziata. “Ripensandoci è stato meglio così. Non avevo anche il ruolo di moglie da gestire, con tutto quello che questo ruolo comporta. Rivalità, competizione… no, troppo difficile. E la mia più grande soddisfazione è che i miei figli oggi sono delle brave persone”.

Però resta anche un retrogusto amaro, la consapevolezza che per una donna, oggi, è impossibile avere tutto: famiglia, amore, figli e carriera.
Bisogna fare una scelta e rinunciare a qualcosa.
Oggi, in Italia, sembra essere l’unica soluzione.

Il duomo di Milano, la coda e la pipì

Si fa presto a dire “Voglio salire sul Duomo di Milano”.
Raggiungere la vetta è un’impresa per niente semplice e scontata.
Certo, non si tratta di scalare le guglie in arrampicata libera, ma poco ci manca.
Del resto  manca solo poco più di un mese a Expo e il turismo in Italia, si sa, non è per tutti.

Prima fase. Trovare il punto dove si sale. Facciamo l’esempio che un incauto turista arrivi al Duomo passando da corso Vittorio Emanuele, ipotesi per nulla remota visto che è dove sbuca la metropolitana ed è una delle attrazioni principali della città, insieme con la celebre Galleria. Mettiamo caso che proprio lì il turista si imbatta in una lunga coda che parte dal lato del Duomo e arriva fino ai portici dove c’è la Rinascente. Cosa fa l’improvvido turista? Si mette pazientemente in coda. E qui commette il primo madornale sbaglio.
Perchè quella coda è riservata esclusivamente alla salita a piedi. E va bene che siamo poveri per la crisi e quindi atletici per necessità, ma io sono sicura che se qualcuno mettesse dei cartelli chiari (magari anche in inglese, volendo proprio esagerare) che nel lato esattamente opposto c’è la salita con l’ascensore, più comoda e senza coda, io credo che parte di quella coda sparirebbe. La salita a piedi costa 7 euro e una coda interminabile. Quella con ascensore 12 euro e nessuna attesa.

Seconda fase. Per chi è riuscito a salire, evviva, si va sul duomo. Meravigliosa la città vista dell’alto, le guglie e i marmi. Tutto bellissimo, sicuro e adatto anche per i bambini. Che però, dopo tutta quell’attesa in coda, una volta arrivati nel punto più bello, la terrazza proprio sopra all’entrata principale, potrebbero uscirsene con una frase che suona più o meno così: “Mi scappa la pipì”. E a quel punto potreste scoprire che no, sul tetto un bagno non c’è, bisogna scendere. E certo, pensi tu, mica si poteva mettere un wc in mezzo a questo tripudio di marmi. Quindi rifai tutto il giro e riprendi l’ascensore, pensando che “figurati se giù non c’è un bagno”.
Ebbene no, giù il bagno non c’è: “Signora, deve capire, con tutta la gente che ogni giorno sale sul Duomo non è gestibile avere un bagno”. Un ragionamento che non fa una grinza: dove ci sono tante persone, niente bagni. E quindi? “QUindi deve uscire e deve andare a cercarne uno. Magari alla Rinascente”. Dove, per inciso, il bagno si trova al settimo piano.

A quel punto è passata mezz’ora, avete perso i 12 euro di biglietto dell’ascensore e, se la tenuta non è buona e il bisogno impellente, avete anche bisogno di un cambio.
Eppure la soluzione esiste ed è semplice, sotto l’occhio di tutti: basta mettere una carrucola che colleghi il tetto del Duomo con quello della Rinascente. Et voilà.